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venerdì 16 novembre 2018

La sanità privata in Basilicata e i tetti di spesa per la dialisi (prima parte)



“La dialisi è un servizio che, di fatto, salva la vita al paziente e, per questo motivo, la Regione Basilicata non può continuare a prevedere tetti di spesa per le prestazioni in regime di convenzione”. E’ il parere di Vincenzo Basentini, titolare della SM2 che gestisce gli unici due centri dialisi lucani non pubblici, a Potenza e Policoro, che operano in regime di convenzione. “E’ assurdo – ha aggiunto Basentini – che si preveda un tetto di spesa per un servizio così importante e per il quale il paziente è libero di scegliere se fruire del pubblico o del privato, come del resto per qualsiasi altra prestazione sanitaria”. 
Ma qual è il problema che il tetto di spesa farebbe sorgere? “I fondi che la Regione eroga, pari a circa 820mila euro all’anno, non coprono tutti e dodici i mesi. A questo punto cosa devo dire ai miei pazienti, che il servizio posso offrirlo solo da gennaio ad agosto?” si è chiesto Basentini. Per il quale, quindi, è assolutamente opportuno che via Anzio “elimini la previsione di un limite economico oltre il quale non si può andare. Peraltro, ci sono varie sentenze che glielo impongono e anche gli esempi di altre regioni, nelle quali il tetto di spesa per le prestazioni della dialisi non c’è”. Per Basentini il problema non è la solita querelle pubblico-privato, ma il fatto che, se una persona sceglie di farsi curare da una struttura privata, deve essergli poi data la possibilità di curarsi per tutto l’anno. 
“Sia chiara una cosa: io non sto chiedendo favoritismi o un occhio di riguardo per il privato, ma solo che ci si adegui a quanto prevedono le norme e, soprattutto, alla considerazione che la prestazione della dialisi è assolutamente necessaria per chi soffre di insufficienza renale cronica: se non fa la dialisi, infatti, quel paziente muore. Ma come faccio a spiegargli che io nei miei centri posso assicurargliela solo fino ad agosto perché la Regione mi assicura solo una parte dei fondi necessari?” Qualcuno potrebbe obiettare che le istituzioni debbono comunque privilegiare la sanità pubblica. 
“Ma sa quanto costa la dialisi nel pubblico alla Regione? Per ogni paziente all’incirca 900 euro al mese. Nel privato, invece, circa 300 euro”. Insomma, eliminando il tetto di spesa la Regione Basilicata, paradossalmente, potrebbe anche risparmiare. Ma solo in caso di incremento del numero di dializzati che scelgono il privato. La posizione di Basentini, inutile nascondersi, è destinata ad alimentare l’annoso dibattito sulla sanità in generale e sullo scontro pubblico-privato in generale. Basentini, però, non ci sta. 
“A parte il diverso costo che le ho appena riferito, voglio anche precisare che gli operatori di un centro privato svolgono solo quella funzione, mentre nel pubblico il personale, ovviamente, non è detto che operi solo nella dialisi. A mio giudizio la sanità pubblica ha un senso solo se assicura al paziente le prestazioni nell’ambito di un ricovero. La dialisi, però, sappiamo tutti che si fa un giorno sì e uno no. Pertanto, il paziente è impegnato tutto l’anno e credo che prevedere tetti di spesa sia assolutamente ingiusto. Voglio sperare che in Regione dirigenti e funzionari del settore della sanità si convincano che la dialisi è una prestazione che salva la vita”. 
Piero Miolla

giovedì 16 novembre 2017

Medici di continuità assistenziale: da ieri la protesta delle ex guardie mediche che rifiutano l'impiego della propria auto nel servizio.

PIERO MIOLLA

Un silenzio assordante che ha indignato non poco i medici di continuità assistenziale lucane, le ex guardie mediche. E’ quello mantenuto dalla Regione Basilicata e, soprattutto, dalle Aziende Sanitarie lucane in merito alla paventata protesta di un numero consistente di professionisti i quali, da ieri, dopo averlo preannunciato, hanno messo in atto il rifiuto, o, se vogliamo, l’indisponibilità, ad utilizzare la propria autovettura nel servizio notturno. Quel silenzio, infatti, più di ogni altra cosa, paradossalmente molto di più della richiesta di restituzione di circa diciotto milioni di euro, ha portato a mettere in atto la protesta annunciata con abbondante preavviso (addirittura il 1° novembre), forse proprio per dare tempo alle istituzioni regionali sanitarie di organizzarsi. Invece, nessuna risposta. Morale della favola? I medici di continuità assistenziale a partire da ieri sera non utilizzeranno più la propria auto in servizio. Il che, tradotto in soldoni, equivale a dire che, nel caso di chiamate notturne (il servizio di guardia medica viene assicurato di notte, tranne nei giorni festivi, quando è esteso a tutta la giornata) i medici che hanno aderito alla protesta non usciranno dalla sede di lavoro, a meno che, con una decisione repentina e dell’ultima ora, le Aziende Sanitarie non decidano di mettere loro a disposizione le auto aziendali. Solo così, infatti, si assicurerebbe negli oltre trenta centri nei quali la protesta è stata annunciata l’eventuale servizio di missione esterna, o, per meglio dire, di visita domiciliare. C’è un problema, però, e non è di poco conto. Dato per scontato che chi ha preannunciato la protesta la metterà in atto e che le Azienda Sanitarie non hanno messo a disposizione le auto aziendali, nel caso di richiesta di intervento e di conseguente rifiuto dei medici (o impossibilità) a causa del mancato utilizzo dell’auto, se al paziente richiedente dovesse accadere qualcosa di irreparabile, chi sarà ritenuto responsabile? Su questo interrogativo, in tutta la giornata di ieri, i medici di continuità assistenziale si sono interrogati sul da farsi. E’ apparso, però, subito chiaro che la protesta non sarebbe stata comunque ritirata e che, proprio per questo, diventava necessario un passaggio formale per scrollarsi di dosso eventuali responsabilità. Il consulto è stato praticamente continuo ed ha portato a vagliare varie ipotesi, da una comunicazione alla Procura della Repubblica ad una lettera scritta nella quale allontanare dal corpo sanitario ogni responsabilità astrattamente derivante dalla mancata risposta ad eventuali chiamate domiciliari. Alla fine si è deciso di fare un’ulteriore comunicazione alle Aziende Sanitarie, inviata per conoscenza anche alla Prefettura, nella quale è stato chiesto espressamente in che modo le Aziende intendano assicurare il servizio, stante il rifiuto di cui sopra. Così facendo, in buona sostanza, la responsabilità passerebbe nella mani delle istituzioni. Che, è la posizione dei medici, dopo aver riconosciuto le indennità ai medici ed essere state solerti nel richiederne la restituzione, non altrettanta sollecitudine hanno mostrato nell’affrontare la questione legata alla protesta partita ieri.