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lunedì 31 dicembre 2018

Nuovo anno, vecchie vertenze?



Ferrosud, Aleandri, Natuzzi e Nolè. Non c’è solo la vertenza relativa alla Gazzetta del Mezzogiorno ad animare e preoccupare lavoratori e cittadini in queste vacanze di Natale 2018. Le problematiche inerenti il mondo del lavoro, in provincia di Matera, possono facilmente essere riassunte in queste cinque vertenze, che, però, non sono certo le uniche. Se i problemi legati al giornale sono noti e, peraltro, ampiamente sviluppati in questi giorni, quelle dei circa 80 dipendenti dell’azienda che a Matera producono materiale rotabile (Ferrosud), dei 60 dell’azienda di trasporti Nolè, ma anche dei circa 350 materani che lavorano per il colosso dei salotti, Natuzzi, e i 30 dell’Aleandri, ai quali l’azienda che dovrebbe realizzare l’ultimo tratto della Bradanica ha comunicato la risoluzione del contratto in attesa che l’azienda definisca il percorso burocratico con Anas, forse lo sono meno. In totale fanno circa 500 persone che, al momento, sono in attesa di buone nuove e nutrono parecchi dubbi sul proprio futuro lavorativo. Soprattutto, aspettano che la politica, sia quella locale che quella nazionale, si faccia carico anche delle loro vertenze, così come ha fatto di recente per altre situazioni molto delicate in tutta Italia. 
Insomma, l’autista della ditta Nolè, così come il carpentiere della Ferrosud o il caposquadra della Aleandri e l’operaio della Natuzzi, chiedono sia alla Regione Basilicata che al Governo “giallo-verde” di adoperarsi per tentare di risolvere le vertenze che riguardano gli stabilimenti siti in provincia di Matera. Situazioni difficili, quindi, anche se vanno pur sempre fatte le debite differenze. La situazione degli operai della Natuzzi, ad esempio, sembra essere quella che ha minori preoccupazioni. Per i dipendenti degli stabilimenti lucani di La Martella e Iesce1 (in totale 220 persone), infatti, è in arrivo dal 1° gennaio il contratto di solidarietà per ristrutturazione, che riguarderà anche tutti quelli che lavorano negli stabilimenti pugliesi. Per poco meno di 500 lavoratori (per la precisione 492), poi, la solidarietà sarà a zero ore per almeno un paio di mesi. In buona sostanza, coloro che avranno le zero ore dovranno riqualificarsi per poi ripartire, stante il nuovo piano industriale presentato al ministero. Un piano che prevede che la Natuzzi non debba più rivolgersi a ditte esterne per alcune lavorazioni, ma le effettuerà in proprio. Attraverso la riqualificazione. Per loro, dunque, situazione come detto non molto preoccupante e, sembrerebbe, sulla via della risoluzione. 
Di diverso tenore, invece, le vertenze Nolè, Ferrosud e Aleandri. Nel primo caso, i 60 dipendenti non percepiscono gli stipendi da ottobre, con annessa tredicesima: una situazione che, a quanto pare, non sarebbe migliorata neanche dopo che la Regione ha dato il via libera a circa 40 milioni di euro per le aziende del Cotrab, di cui la Nolè fa parte. Della Ferrosud, invece, parliamo a parte, mentre resta la questione Aleandri. Qui il nodo è anche di natura tecnica, nel senso che l’azienda ha annunciato il licenziamento di 30 lavoratori in attesa di definire con Anas la questione legata all’ultimo tratto della statale e, in particolare, alla variante per un cavalcavia nei pressi di Borgo Picciano che mostrerebbe una certa instabilità. L’opera, come si ricorderà, era tra quelle indicate come prioritarie in vista di Matera 2019 ed invece, a meno di clamorosi sviluppi (in realtà, di un miracolo), la Bradanica non potrà essere consegnata in toto entro l’anno che vedrà Matera capitale europea della cultura. In questo caso, come detto, la vertenza investe anche un terzo soggetto (Anas), che dovrà definire con la ditta esecutrice dei lavori la variante citata. E intanto, i dipendenti, aspettano buone nuove.
Piero Miolla

domenica 9 dicembre 2018

La Basilicata e il "lavoro in nero". Ecco i dati


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In Basilicata la platea dei lavoratori in nero si attesta sulle 30mila unità. Il dato, reso noto dall’Alleanza delle Cooperative, fotografa in modo inequivocabile un fenomeno che stenta ad essere eradicato e che, invece, continua ad alimentarsi. Più nel dettaglio, nella nostra regione sono vari i comparti interessati dal fenomeno, ad iniziare dal lavoro stagionale che coinvolge anche mano d’opera proveniente da altre regioni. Nessun comparto, in pratica, sarebbe esente dal fenomeno, anche se si sottolinea come quello agricolo sia il più esposto, seguito dall’edilizia e dalla ristorazione. Particolarmente attivo anche da noi, inoltre, il fenomeno del lavoro nero nelle cosiddette false cooperative, che prediligono soprattutto i campi e, in particolar modo, l’area del Metapontino, la cosiddetta “California del Sud”. 
Più in generale, l’area di evasione contributiva supererebbe, a livello nazionale, i 100 miliardi all’anno: anche in Basilicata, peraltro, il “nero” toccherebbe cifre importanti, non quantificate, ma comunque sottratte al fisco con tutte le conseguenze che si possono facilmente immaginare. Anche da noi, dunque, soprattutto in taluni ambiti, imperano i cosiddetti “caporali”, i quali impongono salari da fame e, in generale, danno adito a quel lavoro sottopagato che rappresenta una vera e propria piaga sociale, oltre che alimentare la voragine fiscale. Un fenomeno, però, che spesso è tacitamente tollerato da chi avrebbe, invece, la forza per rifiutarlo: è infatti innegabile che sovente siano gli stessi imprenditori (o, comunque, i datori di lavoro), che, sapendo di risparmiare, non si fanno troppi problemi a rivolgersi ai “caporali”. 
Insomma, un fenomeno che sembra il più classico dei cani che si morde la coda, per combattere e sconfiggere il quale ci vorrebbe innanzitutto la vera, effettiva collaborazione dei datori di lavoro. In secondo luogo maggiori mezzi e uomini per combatterlo, e, infine, anche leggi e normative più serrate. La Basilicata, poi, con il suo tessuto sociale e, soprattutto, con la sua fame di lavoro sembra prestarsi benissimo a farea “da spalla” al lavoro nero. Ricattare chi cerca un lavoro, specie i più giovani, torna molto semplice quando il lavoro latita. Una situazione che ci accomuna a tutto il Meridione d’Italia, dove a volte la parola d’ordine sembra essere omertà. Difficile, dunque, ribellarsi e denunciare, ma questo vale solo per chi cerca disperatamente un lavoro. Come detto, invece, la posizione di imprenditori (agricoli e non solo), commercianti e ristoratori, solo per rimanere nei settori che sembrano maggiormente colpiti, non può certo essere assecondata: da loro, soprattutto da loro, dovrebbe partire, se non proprio una ribellione, quantomeno un segnale. 
E’, però, evidente, che a volte anche l’imposizione fiscale e tributaria porta chi offre lavoro a fare finta di niente, oppure ad accontentarsi. Per questo il sistema andrebbe rivisto nel suo insieme, magari cercando di abbassare le tasse. La domanda che in tanti si fanno, a questo punto, è: riuscirà il tanto decantato “Decreto Dignità” ad intervenire in positivo sul settore? O, come qualcuno già sostiene, alle buone intenzioni che avrebbero ispirato il provvedimento non faranno seguito i fatti auspicati? 
Piero Miolla

mercoledì 5 dicembre 2018

Nel 2018 aumentata del 25,8% la cassa integrazione in Basilicata



“Nei primi 10 mesi del 2018 le ore di cassa integrazione erogate complessivamente in Basilicata sono state oltre 4 milioni 300mila di cui gran parte assorbite dalla straordinaria (2 milioni 500 mila ore) e a seguire dall’ordinaria (1 milione 800 mila ore). A riferirlo è il decimo rapporto della Uil sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali. Sempre nella nostra regione i posti di lavoro salvaguardati ad ottobre scorso sono stati 2.536 di cui 1.473 per la cig straordinaria. La Uil inoltre evidenzia che la cassa integrazione tra gennaio ed ottobre è in diminuzione in tutte le Regioni ad eccezione della Basilicata, unico territorio che registra un aumento del 25,8%.
Se a tali andamenti dello strumento di integrazione salariale che registra una tendenza decisamente negativa in Basilicata rispetto al resto del Paese, aggiungiamo il crescente numero di domande di Naspi, che mostra un incremento congiunturale pari al doppio ed in escalation anno dopo anno – è il commento del segretario regionale della Uil lucana Carmine Vaccaro - l´apertura di un tavolo di discussione ed approfondimento con il Governo sul tema degli ammortizzatori sociali, che abbiamo sollecitato in occasione degli attivi unitari con Cgil e Cisl, si rende maggiormente necessario al fine di salvaguardare, nel miglior modo possibile, sia le imprese che, soprattutto, i posti di lavoro.
Quanto alle risorse finanziarie per rilanciare i Centri per l´Impiego e gli altri soggetti impegnati nella gestione delle politiche attive per il lavoro contenute nella Legge di Bilancio – continua il segretario della Uil - siamo preoccupati perché si stanno accumulando ritardi sostanziali per la realizzazione degli interventi annunciati, anche in vista dell’introduzione del Reddito di Cittadinanza. Per la Uil è necessario implementare un vero e proprio «sistema» delle politiche attive, tuttora caratterizzato da grandi disomogeneità e lacune organizzative. È un progetto complesso da realizzare, che prevede la definizione delle piante organiche dei CPI, con la stabilizzazione dei precari e il reclutamento di nuovo personale, formazione adeguata a nuove competenze e la realizzazione di specifiche convenzioni con le singole Regioni. 
Per questo, a nostro parere, non è consolatorio il fatto che, nel biennio 2019-20, il Sud beneficerà di circa il 40% delle maggiori spese previste dalla manovra del Governo, grazie soprattutto al Reddito di Cittadinanza, perché ciò è un indice significativo della crescita del malessere sociale, della caduta dei redditi e dell´impatto del PIL che resta su valori molto bassi. E non si può continuare a far penetrare il concetto che per il Mezzogiorno la strada risolutiva siano i sussidi. Al Sud, in Basilicata bisogna creare lavoro, occorre ridare la dignità di lavoratori a tanti cittadini, giovani e meno giovani la cui dignità è stata svilita se non cancellata ogni volta che si pensa ad una forma di assistenza e sussistenza sociale, modello Reddito di cittadinanza. Per tutte queste ragioni, è necessario, un confronto vero con le parti sociali e con i corpi intermedi che possono contribuire alla realizzazione di obiettivi condivisibili”.

venerdì 31 agosto 2018

Pisticci, bando dell'Amministrazione comunale per 16 volontari della Protezione Civile.



L’Amministrazione comunale guidata dal primo cittadino Viviana Verri, ha indetto un bando di selezione per 16 volontari da assumere e impiegare per la durata di dodici mesi nei progetti, denominata “Anziani Risorsa Sociale 3” nel settore “Assistenza Area Anziani e Rescue Me 2” della Protezione Civile – Interventi Emergenze Ambientali.
Come spiega il bando pubblicato per la selezione di 396 volontari da avviare in Progetti di Servizio Civile Universale – Presidenza del Consiglio dei Ministri, da realizzarsi nella Regione di Basilicata, riservato ai giovani in età compresa tra i diciotto e ventotto anni (28 anni e 363 giorni)- per ciascun progetto è prevista la ulteriore riserva di tre posti destinati ai giovani FA.MI, per cui occorre essere in titolare di titolo di Protezione Internazionale (ossia rivestire lo status di rifugiato o essere titolare di protezione sussidiaria o di protezione umanitaria). Tutte queste condizioni sono attestate dal permesso di soggiorno rilasciato a ciascuno dalla Questura competente, in formato elettronico.
Nel bando è specificata la data ultima di presentazione di domanda di partecipazione con scadenza entro il 28 settembre, da presentare all’Ufficio Protocollo del comune di Pisticci o della delegazione comunale di Marconia. Referente principe del Comune di Pisticci è l’assessore al ramo, Francesco Radesca.
Francesco Radesca

lunedì 27 agosto 2018

In Basilicata solo una badante su dieci è in regola.



Un esercito di poco più di 20mila persone, delle quali risulta assicurato (e quindi in regola) a malapena il 20 per cento. Sono i numeri aggiornati relativi alle badanti che lavorano in Basilicata. Numeri che raccontano di come il primato dal punto di vista della nazionalità, in questa categoria lavorativa così importante ma altrettanto poco tutelata, spetti alle rumene, seguite da bulgare e moldave. Minore, invece, il numero di polacche, ucraine, peruviane e colombiane che lavorano nel settore in Basilicata. Proprio queste ultime, però, sembrerebbero essere quelle più disposte a lavorare in nero. 
Che fare, dunque, per arginare questo fenomeno e renderlo, se non altro, pregno di maggiori garanzie per tutti, ad iniziare proprio dalle stesse badanti? Va ricordato che, in realtà, via Anzio ha provato in questi anni ha regimentare e regolamentare il settore. Dapprima con la “patente per le badanti”, nel 2011, poi con la lista di prenotazione, la prima in Italia, nel 2015. Con l’obiettivo in quest’ultimo caso di favorire l’incontro tra domanda e offerta in un settore che, in regione, è da sempre tra i più frequentati, a cagione del costante invecchiamento della popolazione. Un fenomeno che, in realtà, riguarda (dal punto di vista di chi svolge questo lavoro) anche sempre di più gli italiani. I quali, perso il lavoro o finiti sotto la soglia di povertà, ripiegano sull’attività di badante. 
I tentativi esperiti dalla Regione Basilicata hanno partorito norme e disposizioni con le quali si è cercato di far rientrare il lavoro nero (basti pensare che, sempre in Basilicata, mentre sul campo operano poco più di 20mila badanti, secondo i dati ufficiali, in realtà, solo 3500 unità risulterebbero regolari), ma non solo. Dall’altro, infatti, l’obiettivo era aiutare le famiglie anche per non farle svenare. Tutti obiettivi che, allo stato, viste le statistiche, non sono stati centrati, mentre il settore, complice l’invecchiamento medio della popolazione lucana (ma, come detto, quella del resto del Belpaese non è che faccia eccezione) e anche il sempre più disperato bisogno di lavoro di tante persone indigene ritrovatesi in mezzo ad una strada, è spesso centrale. 
A parole, però, tutti chiedono misure adeguate, sia per tutelare i lavoratori del settore, che le famiglie. In realtà, complice anche la mancanza di una volontà legislativa chiara e forte, le cose stanno diversamente. E le badanti in nero proliferano, comprese quelle italiane che sarebbero circa il 10 per cento di quella platea citata, stimata in 20mila persone, che costituiscono l’esercito di assistenti familiari. Tutto questo si traduce anche in cifre: in Basilicata la stima della spesa annua per le badanti, comprensiva anche di quelle in nero, si aggirerebbe tra i 15 e i 20 milioni di euro, mentre sarebbero circa 10mila i lucani che, non avendo possibilità economiche per pagare di una badante, ripiegherebbero sui propri familiari. 
Sullo sfondo, il tema non cambia: se la Basilicata ha sempre più bisogno di colf e badanti, perché non si riesce (o non si vuole?) a mettere mano in questo settore così rilevante sia dal punto di vista sociale che economico? I tentativi sono stati fatti, ma, come detto, parrebbero non aver centrato gli obiettivi di partenza. E allora, forse, è il caso di tornare a normare attraverso provvedimenti forse meglio articolati, ovviamente intensificando l’attenzione e la guardia sul mancato rispetto delle norme. Almeno di quelle che ci sono. In tal modo, probabilmente, si raggiungerebbe non solo l’obiettivo di dare maggiori garanzie a chi nel settore ci lavora, ma, circostanza non da poco, anche quello di dare allo Stato quella quota di tasse che andrebbero pagate in caso di assunzioni regolari. E’ pura e semplice utopia?
Piero Miolla

venerdì 23 marzo 2018

Lavoro e inclusione sociale: a Marconia una realtà di successo.


A Marconia l’inclusione fa rima con tradizione. Nel centro jonico opera con successo un laboratorio artigianale molto particolare, che parte dalla tradizione dolciaria lucana per promuovere e realizzare l’inclusione sociale e lavorativa: il suo nome è “Pizzicannella cuor di sapore” ed il motto è “i sapori che includono”. 
Un motto che dice tutto e che spiega come, in concreto, un’attività dolciaria possa rappresentare anche un efficace strumento di inclusione sociale: Pizzicannella, infatti, vede all’opera anche un giovane affetto dalla sindrome di down ed è frutto della felice intuizione del presidente della cooperativa Anthos, Benedetto D’Onofrio, nonché del sostegno di soci lungimiranti, di anni di esperienza e di consapevolezze maturate, il laboratorio non è altro che l’occasione per lanciare una nuova sfida: quella di ritornare alla tradizione per sviluppare un presente e un futuro di fiducia e solidarietà per quanti hanno difficoltà ad entrare o rimanere nel mondo del lavoro. Si tratta di persone non più giovanissime con esperienza, immigrati e giovani con abilità diverse: in tutti e tre i casi sono soggetti che hanno il grande desiderio di spendersi e realizzarsi in ambito lavorativo. 
“Sin da quando è sorta, nel ‘99 – ha spiegato D’Onofrio – Anthos, che oggi è anche un’impresa sociale, ha indirizzato la sua attività al beneficio della comunità, intesa come insieme di uomini e donne, di famiglie, di stranieri che scelgono di venire a trovar fortuna sul territorio nazionale e, in particolare, nel Sud Italia. Lo fa attraverso due tipi di azioni: la creazione di lavoro e l’offerta di servizi di accoglienza e inclusione sociale. Genuinità, tradizione e passione sono gli ingredienti base dei nostri prodotti, fondati su valori tradizionali e segreti tramandati nel tempo. Questo felice connubio fra sapienza dell’uomo e qualità artigianale – ha altresì aggiunto D’Onofrio - conferisce ai nostri prodotti l’inimitabile gusto genuino dei sapori fatti in casa.”. 
Pizzicannella, dunque, non è solo un laboratorio artigianale il cui nome deriva da un dolce da forno tipico di Pisticci, a base di cannella e cacao amaro, ma anche un esempio concreto di come si possa promuovere, nello stesso tempo, il lavoro e l’inclusione sociale. “A conti fatti è un progetto finalizzato a recepire la tradizione dolciaria pisticcese e, più in generale, lucana e a favorire l’inserimento lavorativo di ragazzi diversamente abili e persone in situazione di disagio”, ha concluso D’Onofrio. Da ultimo, Pizzicannella ha iniziato ad esportare in Portogallo e Norvegia, ed è anche sulla guida de La Repubblica “Basilicata: guida ai sapori e ai piaceri della regione”.
Piero Miolla

martedì 23 gennaio 2018

Alternanza scuola-lavoro: altro esempio positivo in Basilicata.


Avvicinare le giovani generazioni alla riscoperta e alla valorizzazione del territorio per svilupparne l’affezione e l’educazione ai beni culturali. 
E’ nato con questi obiettivi il progetto triennale, che rientra nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, “Alla scoperta dei tesori della nostra terra”, che i ragazzi delle terze classi del liceo classico Fortunato di Pisticci, diretto da Francesco Di Tursi, stanno svolgendo in convenzione con l’Arcidiocesi di Matera-Irsina, la supervisione dei tutor scolastici, i docenti Laura Capistrano e Grazia Panetta, e i tutor aziendali Annunziata Bozza, archivista dell’Archivio di Matera, e Marco Pelosi, vicedirettore del museo diocesano della città dei Sassi. 
“Il settore dei beni culturali – ha spiegato Capistrano - rappresenta un bacino di occupazione importante che si correda di articolati percorsi post-secondari, comprensivi dei beni archivistici, librari e musicali. Partendo dalle opere e dalle testimonianze documentarie del passato locale presenti nei musei, negli archivi, nelle chiese, nei palazzi gentilizi, gli studenti potranno dunque comprendere e ricostruire aspetti dell’evoluzione storico-urbanistica ed antropologica del territorio. Il progetto è stato reso possibile anche grazie alla disponibilità di don Michele Leone, oltre che del Vescovo, mons. Giuseppe Caiazzo”. 
Per questo anno scolastico il progetto prevede una prima fase laboratoriale, in svolgimento nell’archivio diocesano di Matera, e una seconda presso l’archivio parrocchiale della chiesa Madre di Pisticci. 
“Tutti nutrono perplessità sull’alternanza scuola-lavoro – hanno commentato gli studenti - ma noi siamo stati entusiasti di questa esperienza: scoprire le nozioni-base dell’archivistica, vedere i codici, essere privilegiati nel mettere mano sui documenti, toccare un pezzo di storia del nostro paese è una vera emozione. E anche il modo di porgerci i contenuti è stato efficace: i tutor aziendali ci hanno trasmesso conoscenze, passione, piacere del lavoro dell’archivista”. 
Insomma, chi l’ha detto che l’alternanza scuola-lavoro è un bluff?
Piero Miolla

sabato 13 gennaio 2018

Alternanza Scuola-Lavoro: in Basilicata c'è chi la esalta.


Quando l’alternanza scuola-lavoro diventa un’opportunità. Lo sanno bene gli studenti del Fermi di Policoro, istituto nel quale sono tanti i percorsi innovativi costruiti ad hoc, grazie alla curatrice Patrizia Tempone, referente per l’Asl dell’istituto.
“L’alternanza tanto vituperata da chi la vive come un peso – ha commentato il docente Pino Suriano, curatore dei progetti innovativi - diventa, per chi la accoglie con impegno e buonsenso, una grande opportunità per i ragazzi, che spesso si trovano a gareggiare per poter accedere ai percorsi più innovativi”.
A Policoro i ragazzi possono sbizzarrirsi, tra affiliate marketing, curato da Giannicola Montesano, uno dei massimi esperti italiani di Web Marketing: per gli alunni di un istituto scientifico e delle scienze applicate non poteva esserci percorso più idoneo. Con Montesano gli studenti imparano a costruire un sito internet, apprendono tecniche di copy writing, la gestione social di campagne pubblicitarie;
Tg Web, percorso innovativo per aspiranti giornalisti che realizzano un vero e proprio tg con Paride Rinaldi, creatore di Jonica Tv: con lui i ragazzi realizzano servizi televisivi acquisendo competenze di scrittura, montaggio, regia e messa in onda;
eventi, con i ragazzi delle classi quinte che, con abiti eleganti, rigorosamente in bianco e nero, supportano le esigenze di chi deve gestire un evento di ogni genere; editing, con i ragazzi che si mettono al lavoro in un corso di scrittura creativa, la produzione di poesie e micro-racconti. Il tutto viene poi sottoposto a editing da loro stessi che, in convenzione con una importante casa editrice del territorio, Aletti Editore, si ritrovano a curare l’editing, la grafica editoriale e persino la promozione stampa e social della loro stessa pubblicazione.
Un’attività proficua, dunque, condivisa pienamente dal dirigente scolastico, Giovanna Tarantino, che ha spiegato: “Abbiamo ragionato secondo un’ottica di didattica per competenze, a ritroso e non abbiamo accettato percorsi già preconfezionati da altri. Abbiamo studiato il territorio, verificato le competenze aziendali e scelto quelle che rispondevano alle esigenze di formazione dei rispettivi indirizzi di studio presenti nell’istituto, non tralasciando la creatività, ideando progetti innovativi e affascinanti per il mondo del lavoro e della scuola”.
L’offerta di alternanza del Fermi, però, non si limita a quanto elencato: ci sono, infatti, oltre trenta convenzioni curate dalla professoressa Tempone, con diversi soggetti territoriali, dalle aziende produttrici di ortofrutta a Marinagri, dove gli studenti dell’ex nautico, oggi istituto trasporti e logistica hanno la possibilità di esercitarsi. 
Piero Miolla 

venerdì 12 gennaio 2018

L'Alternanza scuola-lavoro in Basilicata non piace.

Quasi la metà degli studenti che frequentano i licei lucani ritiene negativa l’esperienza dell’Asl (alternanza scuola-lavoro), definita spesso strumento che sottrae tempo allo studio. Molto più contenuta, invece, la percentuale di alunni degli istituti tecnici e professionali di Basilicata che la pensano allo stesso modo. Le differenze di pensiero e percezione, però, si affievoliscono quando si parla di competenze maturate grazie alle esperienze effettuate nell’ambito dei percorsi di Asl. 
Sono i principali risultati di un report del gruppo di lavoro dell’Ires Basilicata, coordinato da Giovanni Casaletto, effettuato nelle province lucane. Il gruppo, composto da 8 membri, ha intervistato i soggetti coinvolti in percorsi di Asl: studenti, docenti, imprese, attori istituzionali e sindacali. Tali risultati, in realtà, coincidono in larghissima parte con quella che è la percezione esterna fornita dall’Asl, dai più definita uno strumento che, se in astratto potrebbe essere anche utile, in realtà spesso si traduce in un percorso ad ostacoli, affrontato solo perché imposto. Proprio il fatto che sia stato imposto, a detta di molti, rappresenta il vero tallone d’Achille dell’Asl, i cui programmi e le attività, quasi sempre, verrebbero predisposti in modo frettoloso. 
Naturalmente non sempre è così, come dimostra l'esempio di Policoro. Resta, però, il giudizio comunque negativo che in larga parte viene fornito dagli addetti ai lavori. Per citare il rapporto dell’Ires Basilicata, ad esempio, sarebbe necessaria “una migliore sistematizzazione degli interventi relativi all’offerta formativa, alla programmazione regionale sulla formazione e una acquisizione ulteriore di dettaglio di competenze sul sistema Asl, lungo una coerente e duratura traiettoria istituzionale che fornisca un valido strumento di coordinamento e programmazione al sistema dell’alternanza, alle scuole, agli attori del territorio a vario titolo coinvolti, al mondo associativo e delle famiglie”. Morale della favola? Secondo l’Ires “in Basilicata si ingenera uno squilibrio evidente tra studenti coinvolti, monte ore complessivo, effettiva ricezione e risposta del mondo produttivo latamente inteso”. 
Ma quali sarebbero, in concreto, i punti di debolezza, gli aspetti problematici e le criticità dell’Asl? Secondo il rapporto Ires essi “riguardano la prevalenza delle attività teoriche su quelle pratiche; problemi di tipo logistico-organizzativo; la riduzione del tempo da dedicare allo studio e difficoltà di conciliare gli impegni di Asl con quelli scolastici e personali. In definitiva – si legge nel report - una scarsa attenzione alla fase di programmazione e coordinamento degli interventi, piuttosto approntati sull’esigenza/forzatura di coprire il monte ore assegnato”. 
Sullo sfondo, come anticipato, la polarizzazione del tipo di risposta: da un lato i licei (classico e scientifico), dall’altro gli istituti tecnico-professionali. “In entrambi i casi emerge forte la consapevolezza degli studenti di dover sviluppare delle abilità tecniche che possano agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro. Le esperienze descritte non sono riuscite del tutto nello scopo, ma sono state utili come orientamento”.
I DATI AL 30 SETTEMBRE IN BASILICATA.
Per i percorsi di alternanza scuola lavoro, relativamente all’anno scolastico 2017-18, l’universo era costituito da 49 istituti di istruzione superiore e omnicomprensivi, con 36 licei, 31 istituti tecnici e 20 professionali, stando ai dati forniti dell’Ufficio Scolastico Regionale. Nei 36 licei lucani (23 in provincia di Potenza, 13 a Matera) sono state stipulate 591 convenzioni per le classi terze, 568 per le quarte e 253 per le quinte. Nei 31 tecnici (22 e 9), 669 per le terze, 736 per le quarte e 653 per le quinte. Infine, nei 20 istituti professionali (13 e 7), 442 nelle terze, 498 nelle quarte e 555 nelle quinte. 
Il 41% degli istituti tecnici e professionali si è dotato di un comitato tecnico scientifico, mentre, nei licei, lo ha fatto il 12% (entrambi previsti dal Dpr del 15 marzo 2010). Il 6% si è dotato di un comitato tecnico scientifico di rete di scuole (per realizzare raccordi tra il profilo educativo dell’ordine della scuola e i fabbisogni professionali ed educativi espressi dal mondo del lavoro), e l’8% di un comitato tecnico scientifico di rete territoriale (per realizzare un’offerta formativa articolata e flessibile). Il gruppo di lavoro per l’alternanza, costituito da non meno di 3 e non più di 9 componenti, è stato invece istituito nel 96% delle scuole. 
Infime, le istituzioni scolastiche in materia di sicurezza dispongono di docenti referenti e tutor scolastici Asl adeguatamente formati nel 63% dei casi, mentre il 30% dichiara che solo parte del personale è formato e il 5 non ne dispone. Il 96% delle istituzioni scolastiche dichiara che i docenti referenti e i tutor scolastici Asl si avvalgono del supporto di professionalità adeguate in materia.
Piero Miolla